La storia millenaria del Salento: l’Abbazia di Cerrate

Nata nel tratto di strada romana che da Brindisi conduceva a Lecce, oggi conosciuta come Via Francigena del Salento o Via Traiana-Calabra fino ad Otranto, l’Abbazia di Santa Maria di Cerrate è un complesso risalente all’XI-XII secolo nel territorio tra Lecce e Squinzano, nel Nord-Salento, oggi salvaguardato e custodito dal FAI-Fondo Ambiente Italiano.

La facciata dell'Abbazia, foto (c)TripAdvisor
La facciata dell’Abbazia, foto (c)TripAdvisor

Voluto da Boemondo d’Altavilla e costruito agli inizi del XII secolo, nacque come monastero di rito bizantino e venne affidato ad un ristretto numero di monaci basiliani, che qui diedero vita ad uno scriptorium ed a una biblioteca, ricca di testi greci e latini.

La presenza di documentazione relativa all’attività di monaci amanuensi fa capire come questo complesso abbaziale fosse importante per l’intera comunità limitrofa e non. Inoltre, ci dà un’idea del ruolo che questo luogo assunse nel corso del tempo, divenendo uno dei più eccellenti fulcri culturali del Salento medievale; assieme all’Abbazia di Casole, posta poco fuori la città di Otranto, verso Sud, completamente rasa al suolo a seguito dell’invasione turca del 1480.

Attualmente l’intera area presenta diversi edifici costruiti in secoli distanti fra loro, in relazione ai bisogni della comunità ed alle trasformazioni che nel tempo la interessarono.

Porticato dell'Abbazia, foto (c)Sara Venturiero
Porticato dell’Abbazia, foto (c)Sara Venturiero

Il cuore dell’Abbazia è certamente la Chiesa di Santa Maria, uno tra gli esempi più mirabili del Romanico Pugliese. Dall’aspetto asimmetrico, presenta un porticato del XIII secolo sul lato sinistro del corpo principale, con ventiquattro (24) esili colonne su cui poggiano pregiati capitelli scolpiti con elementi zoomorfi, tipici del bestiario medievale, e figure mitologiche, tutti diversi fra loro, che fanno da base ad archi a tutto sesto. La differente datazione suggerisce che questo venne aggiunto successivamente, quando la costruzione della Chiesa era già ultimata.

Porticato dell'Abbazia, fonte (c)FAI-Fondo Ambiente Italiano
Porticato dell’Abbazia, fonte (c)FAI-Fondo Ambiente Italiano

La sua copertura a doppio spiovente, caratteristica di molte architetture religiose romaniche, le dona un aspetto a capanna, al cui centro svetta lo sviluppo della navata principale, di altezza superiore rispetto alle laterali. Su questa è evidenziato un rosone dalle dimensioni poco più grandi di un oculo, un tempo certamente suddiviso in tanti spicchi da elementi ormai perduti, racchiuso entro una doppia ghiera di soggetti vegetali. Subito più giù si può vedere un primo ordine di quattro (4) archetti ciechi e ancora più in basso altri sei (6) divisi a coppie di tre (3) dall’intricato portale centrale. Questo, risalente al XII secolo, presenta due colonne con capitello decorato a foglie d’acanto, tra le quali fa capolino una colomba, al di sopra dei quali sono accovacciati due animali dalle sembianze di suino.

Al di sotto dell’archivolto si susseguono sei (6) figure del Nuovo Testamento così disposte: da sinistra l’Annunciazione, con la statuina rappresentante la Vergine che volge lo sguardo verso l’Arcangelo Gabriele posto nella parte diametralmente opposta; la Visitazione, la Processione dei Re Magi, la Natività e la Lavanda del Bambino.

Sculture del portale, foto (c)Sara Venturiero
Sculture del portale, foto (c)Sara Venturiero

A ridosso dell’ingresso, un doppio giro di festoni a motivi vegetali ed una lunetta affrescata – di cui restano poche tracce rossastre – incorniciano il portone ligneo. Varcando la soglia d’ingresso e lasciato agli occhi il tempo di abituarsi alla differente luce tra esterno ed interno, ci si immerge in un tripudio di colori dato dagli affreschi qui presenti. Molti di questi sono in realtà la prima stesura pittorica, in quanto, negli anni, un secondo strato di affreschi li aveva ricoperti. Fortunatamente uno straordinario intervento di restauro degli anni ’70 ha “strappato” questo secondo strato, riportando alla luce quello di base.

Navata centrale della chiesa abbaziale, foto (c)Sara Venturiero
Navata centrale della chiesa abbaziale, foto (c)Sara Venturiero

Attualmente, gli otto (8) pannelli d’affresco che decoravano le pareti sono stati consolidati, restaurati e  messi in sicurezza nell’adiacente Casa del Massaro, posta alla sinistra della Chiesa (alla destra del visitatore).

Per quanto riguarda i cicli pittorici ancora visibili nelle navate, di particolare interesse è la cosiddetta “parete-puzzle”, visibile sulla parete destra rispetto all’ingresso della Chiesa. Si tratta di un affresco databile al XIII secolo i cui conci risultano scomposti e si presenta come un vero e proprio puzzle mal assemblato. Tale risultato si deve ad un rimontaggio errato a seguito di un crollo avvenuto tra il XIV ed il XV secolo, che ora vede una serie di Santi spezzata nelle sue parti, da ricomporre mentalmente o praticamente mediante l’uso di uno schermo touch-screen.

Foto d'insieme degli affreschi della Chiesa abbaziale, in particolare si notano la "parete-puzzle" sulla destra e la parete "picchettata" sulla sinistra, fonte (c)FAI-Fondo Ambiente Italiano
Foto d’insieme degli affreschi della Chiesa abbaziale, in particolare si notano la “parete-puzzle” sulla destra e la parete “picchettata” sulla sinistra, fonte (c)FAI-Fondo Ambiente Italiano

Fino agli anni ’70 questa parete era coperta da un secondo affresco, un trittico risalente al XV secolo. Questa composizione, “strappata” dalla sua posizione originaria per poter essere restaurata e salvaguardata, comprendeva tre episodi sacri: l’ “Annunciazione” di richiamo giottesco, con architetture eleganti, ma fuori scala rispetto alle figure della Vergine e dell’Arcangelo Gabriele; “San Giorgio ed il drago”, dove il cavaliere, dopo aver portato fuori città la bestia, la abbatte sotto gli occhi increduli di una principessa; l’ultima, invece, rappresenta “Sant’Eustachio ed il cervo”, nell’esatto momento in cui al cavaliere appare il volto di Cristo tra le corna dell’animale, che ne causerà la sua conversione.

Pannelli degli affreschi strappati conservati nella Casa del Massaro, foto (c)Sara Venturiero
Pannelli degli affreschi strappati conservati nella Casa del Massaro, foto (c)Sara Venturiero

Nella parte diametralmente opposta, a sinistra dell’ingresso, si può notare un affresco con evidenti tracce di picchettatura, ovvero la tecnica che permetteva di far aderire un secondo strato di intonaco e quindi una nuova decorazione pittorica su un precedente strato di affresco.

Difatti, quella che oggi appare come una serie di figure nell’atto di svolgere un rito sacro, come si evince dalla croce bianca retta da uno dei Santi, è stata per molto tempo nascosta da un secondo affresco. Questo rappresenta la “Koimesis” (in greco) o la “Dormitio Virginis” (in latino), ovvero la “Morte della Vergine Maria” ed il suo trapasso verso la casa del padre, intercesso da suo figlio Gesù Cristo. Lo “strappo” è oggi visibile presso la Casa del Massaro, dove è possibile godere dei più minuziosi dettagli dell’intricato lavoro artistico databile al XIV secolo, ricco di personaggi e di richiami al mondo divino.

Affresco strappato rappresentante "La morte della Vergine", foto (c)Sara Venturiero
Affresco strappato rappresentante “La morte della Vergine”, foto (c)Sara Venturiero

Attraversando al navata centrale e volgendo lo sguardo verso l’alto, subito sotto il tetto a capriate lignee, si scorgono i medaglioni nei sottarchi affrescati. Qui è possibile identificare una serie di Santi orientali di tradizione bizantina, risalenti al XII secolo.  Le raffigurazioni a mezzobusto, accompagnate da un’iscrizione o dal proprio cartiglio, simboleggiano una sorta di elenco dei diversi monaci ed eremiti legati alla vocazione  monastica dell’Abbazia.

Al termine della navata, in corrispondenza della zona absidale, si può ammirare un particolare altare maggiore del XVII secolo, sormontato da una copertura in pietra locale che simula una tenda — un tempo probabilmente in legno a forma di cupoletta – sorretto da quattro colonne di reimpiego. Questo, dedicato a Sant’Irene, comunica con l’altro posto sulla destra dedicato al vescovo Sant’Oronzo, patrono di Lecce, su cui restano tracce di un affresco databile al XV secolo.

Altare maggiore della Chiesa abbaziale, foto (c)Sara Venturiero
Altare maggiore della Chiesa abbaziale, foto (c)Sara Venturiero

Interessante è la storia del terzo altare, posto a ridosso della terza colonna della navata sinistra, dedicato alla Vergine Maria. Questo, realizzato nel 1642, venne smontato agli inizi degli anni ’70 dall’architetto Franco Minissi, che a quel tempo si occupava della conservazione della Chiesa, per un futuro restauro. Purtroppo, a causa di diverse vicissitudini, rimase all’esterno per circa 40 (quaranta) anni, subendo le ingiurie meteorologiche  per un lasso di tempo per nulla breve. Attualmente, dopo accurati studi sulla sua possibile ricostruzione, i diversi componenti sono stati restaurati e riassemblati nella loro forma e posizione originali.

Altare della Vergine ricostruito, foto (c)Sara Venturiero
Altare della Vergine ricostruito e parete “picchettata” sulla sinistra, foto (c)Sara Venturiero

Giungendo nella zona absidale si può ammirare L’ “Ascensione di Cristo”, al cui centro appare il Pantocratore entro un medaglione sorretto da due angeli trionfanti; mentre in basso un corteo composto dalla Vergine Maria, dagli Apostoli e dagli Angeli è intento ad osservare la scena e assiste al trapasso. Subito sotto, una serie lacunosa di Vescovi della Chiesa con indosso il prezioso “Omophrion”, una coppa di rappresentanza decorata con croci, tipicamente utilizzata dal XIII secolo in poi.

Altare maggiore della Chiesa abbaziale, foto (c)Sara Venturiero
Altare maggiore della Chiesa abbaziale, foto (c)Sara Venturiero

L’intera stesura della Chiesa si inserisce perfettamente nel programma iconografico tipico dell’arte pittorica di origine e fattura bizantina, molto diffuso nelle architetture sub-divo, rupestri ed ipogee dell’Italia meridionale tra il XII ed il XIII secolo. Le cromie dei pigmenti utilizzati, le rappresentazioni di precisi episodi biblici, le pose stanti, ieratiche e severe dei protagonisti raffigurati e le quadrerie di Santi di tradizione bizantina, rendono quest’Abbazia un altissimo e pregiatissimo esempio dell’arte medievale pugliese.

Lo sviluppo dell’intero complesso abbaziale era tale da comprendere ben due frantoi ipogei, chiamati “trappiti” nel dialetto locale: il primo al di sotto della Casa Monastica ed il secondo sotto la Casa del Massaro. Nello stesso monastero, subito sopra al primo frantoio, è presente un raro esempio di macchina molitoria “a sfregamento”, ovvero l’articolato strumento cardine della produzione cerealicola: il mulino. Vista la mancanza di corsi d’acqua nel circondario e degli evidenti solchi attorno alla macina, è certo l’antico utilizzo di un animale legato al braccio principale che, grazie alla propria forza motrice, muoveva la pesante macina mobile. Questa era posta orizzontalmente su quella fissa e “per sfregamento” schiacciava i cereali trasformandoli in farina.

Mulino dell'Abbazia di Cerrate, foto (c)Sara Venturiero
Mulino dell’Abbazia di Cerrate, foto (c)Sara Venturiero

Per continuità con la precedente, nella stanza attigua si può ammirare un forno in pietra dove avveniva la produzione del pane, rigorosamente dalle donne di famiglia, con a capo la madre della stessa. Questo importante rito prevedeva un impasto di base molto semplice, con la stessa farina qui prodotta e successivamente la formazione delle pagnotte da consumare durante l’arco di tutto il mese, fino alla produzione successiva. Una parte di queste forme di pane era destinata alle funzioni religiose (messe solenni, benedizioni, ecc.), un’altra al consumo da parte dei monaci ed una terza parte restava alle famiglie dei lavoratori che qui risiedevano.

La stanza del forno nell'Abbazia di Cerrate, foto (c)Sara Venturiero
La stanza del forno nell’Abbazia di Cerrate, foto (c)Sara Venturiero

Un importantissimo ritrovamento archeologico del XII secolo riguarda quello che viene chiamato “stampo di eulogie pasquali” o “stampo eucaristico“, ovvero un timbro in pietra che imprimeva un simbolo sulla parte superiore del pane , un piccolo marchio che identificava il luogo originario di produzione, che univocamente collegava il prodotto al produttore. Questo veniva utilizzato durante le celebrazioni pasquali e dopo la sua benedizione veniva distribuito ai fedeli.

Stampo eucaristico dell'Abbazia di Cerrate, fonte LecceSette.it
Stampo eucaristico dell’Abbazia di Cerrate, fonte LecceSette.it

Questa funzionale e complessa struttura aveva raggiunto una certa indipendenza nel corso dei secoli, così, nel 1513, passò sotto la giurisdizione dell’Ospedale degli Innocenti di Napoli. Successivamente, nel 1667, l’allora vescovo di Lecce, Luigi Pappacoda, volle recarsi in visita pastorale all’Abbazia ed elencò i diversi ambienti qui presenti, facendo un primo sunto del complesso, poi rivelatosi molto importante per gli studi archeologici odierni.

Purtroppo, l’invasione turca del 1711 ed il conseguente saccheggio portarono l’Abbazia verso un irrimediabile declino che portò l’intero complesso nel degrado più totale, fino al XIX secolo. Fortunatamente l’intervento della provincia di Lecce del 1965, al fine di salvaguardare le testimonianze storiche, risollevò le sorti di tutta l’area. Difatti, dopo i primi interventi conservativi da parte dell’architetto Franco Minissi, nel 2012 la gestione è stata affidata al FAI – Fondo Ambiente Italiano con un contratto trentennale, al fine di compiere gli adeguati restauri e di permettere la sua fruizione da parte del pubblico.

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